L’epoca delle passioni tristi…

Lorenzo Matassa

“Qualche giorno addietro mi aggiravo, disorientato, nella mia smarrita città. Scorgevo solo strade divelte, immondizia dappertutto, palazzi brutti e fatiscenti”. ..

In una delle opere più semplici e belle del grande scrittore russo Fedor Dostoevskij si racconta di uno strano protagonista perduto tra le nebbie di San Pietroburgo.

 

Le prime pagine disorientano il lettore perché l’uomo si aggira, smarrito, tra le strade della città dialogando con i prospetti dei palazzi, con le finestre e i balconi.

 

All’apparenza potrebbe dirsi che si tratti di un matto o, quantomeno, di uno stravagante perditempo.

 

Ma la cosa davvero singolare dell’inizio del racconto è quella che le domande vacue e impossibili, poste a quelle strutture inanimate, sembrano pure trovare risposte nella mente oziosa del protagonista.

 

La genialità dell’autore ci conduce per mano a una elementare, quanto umana, verità: le domande dialogano – soprattutto – con la nostra stessa anima e a quest’ultima chiedono una risposta.

 

Non è un caso che l’epigrafe del romanzo (per chi lo vorrà leggere ha per titolo “Le notti bianche”) è dedicata a uno dei più grandi poeti russi del XIX secolo e alla sua idea che basta un istante dell’intelletto per creare l’infinito della conoscenza.

 

Ecco… è sufficiente porsi la domanda giusta, al momento giusto, nel posto giusto e riuscire (a volte) a percepire la risposta giusta per far cambiare il corso della vita.

Lo so, quella che avete letto vi sembrerà una premessa un po’ cerebrale, ma credetemi, andando avanti nel vostro cammino per il non semplice percorso dell’esistenza, quella verità, intuita da quei due geni della letteratura russa, vi apparirà ogni giorno più vera.

 

Adesso vi chiederete con quale finalità sia stata composta questa così articolata premessa.

Proverò a motivare, ma con la coscienza di chi sa che ogni chiarimento rischia di infrangersi nell’umana difficoltà comunicativa.

Qualche giorno addietro mi aggiravo, disorientato, nella mia smarrita città. Scorgevo solo strade divelte, immondizia dappertutto, palazzi brutti e fatiscenti. Una brutale e decadente anarchia sociale in cui l’arbitrarietà si è sostituita alla libertà. Gente indifferente al proprio triste destino di tragica immutabilità aggravato dalla pandemia e dai non lontani venti di guerra.

 

Come il protagonista del romanzo ero lì a farmi oziose domande che forse mai avrebbero potuto avere una risposta.

 

Ma una tra queste faceva da eco alla mia anima e si ripeteva senza fine: “Come resistere a questo mondo di bruti e di brutalità?”.

 

Così, d’un tratto e involontariamente, mi sono trovato dentro un frame del filosofo Spinoza, chiuso in quella idea che se prevale il tempo delle passioni tristi (l’impotenza e la disgregazione dell’intelletto) ne segue l’impossibilità di trovare un senso compiuto ad ogni cosa che ci circonda.

 

Perché, in mancanza della felicità, gli uomini si accontentano di evitare l’infelicità e – per l’effetto successivo – non trovando quel che desiderano, si accontentano di desiderare quello che trovano.

Una trappola fatale perché solo un mondo di desiderio, di pensiero e di creazione è in grado di sviluppare i veri legami tra gli umani e di comporre la loro vita in modo da produrre qualcosa di diverso dal disastro.

Per comprendere tutto questo basta guardare a ciò che accade ai giovani, colpiti da una sorta di autismo informatico, tuffati nei loro videogiochi in cui – estraniandosi dal mondo circostante – diventano vincitori di battaglie virtuali contro il nulla.

Uccidono con un joystick il loro nemico che solo si manifesta nella brutalità della loro stessa noia.

Una scienza che offre tecniche incredibili, ma poi lascia tutti nell’incomprensibile e oscura ignoranza di una realmente sanguinosa guerra…

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