Il corallo mediterraneo talismano della Sicilia

Già dal Medioevo era considerato un amuleto scaramantico e magico, un portafortuna per quietare tempeste e proteggere dai fulmini, simbolo del sangue di Gesù Bambino, spesso dipinto con indosso una collana di corallo per indicarne la natura umana

Illustrazione di Stefano Lo Voi

Rosso come il sangue, punto di incontro ideale tra il mondo animale, vegetale e minerale, perfetta sintesi di una creatura marina, che lo ha reso estremamente raro e prezioso, simbolo profondamente radicato nelle tradizioni popolari.  

Il corallo, oro rosso del Mediterraneo, con la sua forma ramificata, che ricorda quella dei vasi sanguigni, è il protagonista indiscusso di incantevoli capolavori realizzati dalle mani valenti di maestri, che con tecniche tradizionali lo hanno trasformato in sofisticati gioielli, presepi, sculture, oggetti di pregio.  

 

La natura stessa del corallo che racchiude la forza del mare, gli ha conferito un’aurea di mistero e la sua associazione con il vibrante rosso del sangue, lo lega ad un significato scaramantico dalle virtù apotropaiche, utili ad allontanare l’influsso magico maligno, oltre alle sue proprietà terapeutiche rilassanti e all’energia vitale, stimolante e tonificante che favorisce l’incontro con l’Io interiore.  

 

Tra scienza, mitologia e cristianesimo, il corallo già dal Medioevo, era considerato il talismano dei talismani, forza unica per quietare tempeste e proteggere dai fulmini, simbolo del sangue di Gesù Bambino, spesso dipinto con indosso una collana di corallo, che ne indica la natura umana.  

 

Sulla sua genesi, Ovidio, nel poema epico-mitologico, Metamorfosi, regala i natali all’oro rosso del mare, riconducendone l’origine al contatto tra il sangue della testa di Medusa, mozzata da Perseo, e le alghe che la pietrificarono colorandola di porpora. 

 

 E di porpora è tinta la Sicilia occidentale, terra di incontro tra arte e tradizione che ha dato vita a eccellenti manufatti di corallo.  Artigianato senza tempo, che traccia un itinerario mnemonico che ha plasmato la storia dell’arte e dei mestieri e che trova la sua massima espressione a Trapani, nel Museo Pepoli.  

 

L’ex convento dei Carmelitani conserva un ricco patrimonio di collezioni private e centinaia di sontuose opere che testimoniano le radici religiose e culturali di questo prezioso materiale e la maestria della lavorazione dei “Corollari”. Nelle mani di questi maestri trapanesi, il corallo si trasformava in vere e proprie opere d’arte, spesso destinate a personaggi importanti, come e la straordinaria Lampada pensile, realizzata in rame dorato, corallo e smalti, da Matteo Bavera, un frate laico francescano, al quale viene attribuito anche un singolare Crocefisso, di straordinaria grandezza, lavorato da un unico ramo di oro rosso. 

“Non viene in Trapani forestiero che non riporti seco alla patria qualche statuetta o di corallo o d’alabastro di Nostra Signora per provvedere alla devozione sua e dè paesani. Vi è perciò quivi un’honoratissima maestranza d’eccellentissimi scultori distribuiti in quaranta e più officine, insigni nel lavoro dell’arte loro, cioè di scalpellare coralli”.  Scriveva così nel 1698 Vincenzo Nobile, penna consacrata, nel suo Tesoro Nascoso dedicato alla Madonna di Trapani, dipinta in alabastro e intarsiata in corallo, madreperla e argento. La Vergine, una scultura miracolosa a grandezza naturale con il suo Gesù Bambino tenuto sul braccio sinistro, divenne rapidamente oggetto di devozione, rendendo la Sicilia e in particolare Trapani, una delle principali destinazioni di pellegrinaggio in Europa.

 

 

Deprano per i cartaginesi, che in greco significa “a forma di falce”, resta la capitale incontrastata del più antico corallo e icona della realizzazione di gioielli, scatole riccamente decorate, oggetti religiosi e persino di lussuosi presepi, remoto sapere custodito nelle affascinanti botteghe artigiane e raffinate gioiellerie del centro storico barocco della città conosciuta come la città del sale e del vento. 

La produzione artistica, destinata ad estinguersi già dal secolo scorso, sopravvive grazie a rare professionalità, come quella del maestro trapanese Platimiro Fiorenza, scultore del corallo, nominato Tesoro umano vivente della Sicilia nell’ambito del programma del patrimonio culturale immateriale dell’Unesco.

Platimiro ha dedicato la sua vita all’arte, alla poesia, al restauro e a mantenere viva la tradizione secolare dell’artigianato del corallo grazie ai suoi capolavori che realizza nel laboratorio originariamente aperto nel 1921 da suo padre, un luogo simbolo di un legame profondo e radicato della  professione con la sua famiglia e dove è nato il progetto “RossoCorallo”, un’idea di sua figlia Rosadea,  che narra la tradizione artistica attraverso la realizzazione delle sue opere che crea dall’inizio alla fine, dall’idea all’esecuzione fondendo tutte le sue capacità, compresa la pittura, come la Madonna di Trapani in corallo, oro e pietre preziose, l’opera più prestigiosa di Fiorenza, attualmente  in mostra ai Musei Vaticani.

Il mastru curaddaru ha incantato la storica maison dell’alta moda Fendi che lo ha voluto per il progetto “Hand in Hand”, per reinterpretare l’iconica borsa disegnata da Silvia Venturini Fendi nel 1997. Platimiro Fiorenza ha pensato e realizzato interamente a mano una inedita Baguette in pelle rosso fuoco ricoprendola di pannelli in lamina d’oro, tempestandola di piccoli coralli che con la sua tipica tecnica seicentesca trapanese del retro incastro, ricordano motivi siciliani.

Se quello di Trapani è senza dubbio il più antico corallo siciliano, quello di Sciacca è il più famoso, una varietà dalle caratteristiche così uniche, che potrebbe essere considerato una categoria a sé stante, con le sue intrise sfumature di arancione, rosa e rosso, che ricordano i colori di una calda e soleggiata giornata di un’isola mediterranea.   

Unico al mondo, il corallo di Sciacca nasce da un’isola vulcanica che non c’è, l’Isola Ferdinandea che fu protagonista di una vivace contesa territoriale e diplomatica che si concluse senza vincitori né perdenti, non appartenne mai a nessuno perché scomparve sommersa nel Canale di Sicilia, tra Pantelleria e Sciacca, dove tutt’oggi dorme sotto il livello del Mediterraneo. La sua apparizione più recente risale a luglio del 1831, per scomparire definitivamente l’anno successivo. 

Museo dei 5 Sensi, con le cinque porte delle mura antiche che aprono il museo a cielo aperto,  Sciacca grazie ai suoi tremila anni di storia, culture e alla sua lunga tradizione artigianale conserva ancora i suoi bellissimi tesori in pietra, argilla, cuoio, cartapesta, oro, metalli preziosi e, soprattutto, il corallo per le sue origini uniche che narrano di enormi barriere coralline nate lungo le pendici dell'”Isola che non c’è”, che distrutte dai frequenti terremoti e dalle ripetute eruzioni vulcaniche si depositarono sul fondo del mare, dando vita nel corso dei secoli ad un unico campo di corallo, lo straordinario oro rosso di Sciacca.  

La scoperta del prezioso materiale marino è raccontata del poeta del mare saccense, Vincenzo Licata, quinto dei tredici figli di Filippeddu, il celebre “cacciatore di corallo” di Sciacca. 

Nella sua Corallina, narra la romantica leggenda del capitano di paraza Bettu Ammareddu, a pesca insieme a Occhidilampa e Peppe Muschidda

Quando perse la catenina, pegno d’amore e amuleto della sua amata Tina, il capitano si tuffo in mare per recuperarla e rimase folgorato dalla scoperta del corallo dai rosati toni di un tramonto siciliano. 

 

La corallina

A vinti migghia fora sta cittati 
dunn’è chi vannu li palangaroti 
li nostri piscatura avianu calatu 
cinqu catteddi cu li capacioti 
 
bettu ammareddu lu nostru piscaturi 
pinzava a tina, lu so primu amuri 
 
prima di isari vela idda ci dissi 
tu parti pi dda fora e ca mi lassi 
ma li me occhi a mari sunnu fissi 
tutti li voti chi di mia t’arrassi 
 
ti rugnu sta midagghia pi ricoddu 
iu ti prumettu chi giammai ti scoddu 
 
supra la puppa ripinzannu a tina 
la bedda marinara sciacchitana 
bettu tinia nmanu la catina 
cu da midagghia, na jurnata sana 
 
ma na matina va pi manuvrari 
e la midagghia ci cariu a mari 
 
quannu si ama cu cori pi daveru 
e si campa pi sta parola “amuri” 
ogni pussenti liggi vali zeru 
puru la morti nun fa cchiu tirruri 
 
bettu ammareddu allura si spugghiau 
e a testa nfunnu a mari si ittau 
 
scinniu, scinniu nfunnu a lu mari 
mmezzu li scogghi e li stiddi marini 
misi tuttu lu funnu a sbutuliari 
facennu spavintari li mmistini 
 
e mentri assicutava un pisci caddu 
ci vinni nmani un pezzu ri curaddu 
 
vosi assummari pi pigghiari ciatu 
cu du tesoru di lu nostru mari 
e a bordu chi l’avianu p’anniatu 
quannu si lu vittiru affacciari 
gridarunu tutti “si misi a cavaddu” 
“bettu ammareddu attruvau lu curaddu” 
 
ci fu na festa ntutta la marina 
e la notizia si spargiu luntana 
s’armau la nova varca curallina 
la sciacchitana e la napulitana 
 
turri di lu grecu fici la rigina 
chi la varca si la inchiu sana sana 
ma la miragghia di la bedda tina 
ristau nfunnu a la sicca sciacchitana 

 

CONDIVIDI