Fico d’India, il jolly della natura

Eleonora Cosentino

L’estratto di questa pianta è un vero booster d’idratazione per la pelle. Ma non solo, infatti, è in grado di prendere l’acqua dall’atmosfera, è un combustibile e le sue pale fritte sono una vera leccornia

Se ci fosse una pianta capace di resistere alle temperature roventi, a un terreno roccioso che somiglia a un paesaggio lunare, capace anche di fare da serbatoio d’acqua per molti animali e di farlo senza contare troppo sull’acqua, ci credereste? E se questa pianta producesse ossigeno anche la notte? Se fosse utilizzabile in ogni sua parte, producendo perfino combustibile o prodotti a fini terapeutici o, perché no, piatti commestibili? E immaginate se fosse preziosa per le api o se producesse un miele straordinario.

E se tutto questo fosse un terreno sul quale investire?

Immaginate fosse il futuro, un futuro imprenditoriale e totalmente eco-sostenibile…

 

In verità non serve neppure viaggiare troppo con l’immaginazione perché il futuro in questione è già un panorama attuale. Per il quale non serve andare altrove dalla Sicilia, ma piuttosto restarci, in Sicilia e apprezzare quello che dell’Isola è anche un simbolo. Perché il fico d’India, una cactacea dalla straordinaria versatilità e dalle innumerevoli caratteristiche, è una risorsa sulla quale realtà come il Consorzio Euroagrumi O.P. stanno già investendo.

Quando le temperature, in Sicilia, sfiorano numeri da forno statico, le coltivazioni e di conseguenze le produzioni di molte specie vegetali soffrono, e molto. La siccità è una piaga capace di mettere letteralmente in ginocchio le economie locali e senza troppi giri di parole, con la siccità si convive male.

“Ma il fico d’India è una pianta capace di prendere acqua dall’atmosfera. Si adatta come nessuna altra riesce a fare. Basti pensare che, nelle zone tra Adrano e Bronte (nel catanese ndr), si è adattata al terreno lavico in modo eccezionale diventando perfino pioniere  per altre piante –  spiega Salvatore Rapisarda, presidente del Consorzio Euroagrumi O.P. di Biancavilla – Il fico d’India, nel corso di decenni, riesce addirittura a frantumare le rocce attraverso le sue radici e queste si insediano tra le cavità sgretolandole e favorendo la crescita di altre piante. Tutto questo quando le temperature della roccia sono letteralmente roventi”.

Una coltivazione e produzione, quella del fico d’India, che sta prendendo piede in modo sempre più concreto anche in Sicilia e che in termini non solo economici ma anche di sostenibilità ambientale ha una valenza che non può passare inosservata: “Siamo di fronte a un esempio di economia circolare – continua Rapisarda – non genera sprechi, tutte le sue parti sono utilizzabili e sia il frutto che la pala sono commestibili. In Messico, cucinano le pale del fico d’India in tutte le salse e sempre in questo Paese è pensata addirittura come combustibile, ottenuto dalla fermentazione delle pale”.

Una pianta di cui solo negli ultimi anni se ne studiano le proprietà e per cui l’attenzione oggi è in costante crescita: “Originaria del Sud America è stata portata qui grazie a Cristoforo Colombo e oggi è diventata oggetto di studio – precisa il presidente – Alcune università del Nord ci hanno contattato perché interessati all’impiego della buccia del fico, da lavorare come surrogato della carne. Contiene tra l’11 e il 12% di proteine circa e questa è una caratteristica che la rende interessante anche da un punto di vista nutrizionale ma non solo. È possibile ricavarne una farina e c’è chi ne realizza buonissime pizze miscelando il grano a questo prodotto e poi c’è chi ha messo a punto una ricetta per le brioche, ottenute attraverso un centrifugato di pala di fico d’India. Qualche tempo fa ho scoperto una pizzeria siciliana che offre, nel proprio menù, una base per pizza con la farina ricavata dal fico d’India. Incuriosito ho chiesto qualche informazione sulla provenienza della materia prima e sono rimasto stupito nell’apprendere che veniva prodotta in un mulino, a Venezia”.

 

Il suo impatto nel contesto ambientale è una risorsa anche per le api: “Che, attraverso la sua doppia fioritura, trovano cibo per 5 mesi l’anno consecutivi. In quest’ottica diventa imperativo sollecitare tutti i produttori a non usare glifosato come diserbante. Stiamo parlando di un prodotto nocivo, per tutti”.

Il ridotto bisogno di acqua, inoltre, la rende una pianta capace di resistere agli ambienti più aridi e in termini di consumo di acqua, questo ha un suo peso specifico nelle produzioni, potendo contare su un risparmio di acqua impiegata nelle coltivazioni non indifferente. Il fico d’India si rigenera da solo, rinnovandosi continuamente anche attraverso le pale che cadono. Stranamente è uno dei settori meno attenzionati da un punto di vista dei finanziamenti e questo malgrado le sue evidenti potenzialità. “Parliamo anche di produzione di bio plastica con la pala del fico d’India da cui siamo riusciti a realizzare un piatto commestibile. Si tratta di un progetto sperimentale – spiega ancora Rapisarda – che mostra la versatilità di questa pianta e il suo impatto sul sistema ambientale”, che passa anche dalla sua capacità di adattarsi, crescere e rigenerarsi senza alcun trattamento chimico.  

 

La coltivazione della Opuntia ficus-indica, in alcune porzioni di territorio, nel catanese, oggi, ha addirittura soppiantato quella degli aranceti colpiti dal virus della “Tristeza”, parliamo di circa 500 ettari di terreno destinato in precedenza ad agrumeto. In Sicilia abbiamo due poli importanti per la sua produzione: il primo terreno di coltivazione del Ficodindia dell’Etna D.O.P. si estende nei territori di Bronte, Adrano, Biancavilla, Belpasso, Ragalna, Paternò, Santa Maria di Licodia, Motta Sant’Anastasia.

Il secondo polo è quello del Ficodindia di San Cono D.O.P. e ricade tra i comuni di San Cono e San Michele di Ganzaria (tutti comuni del Catanese). In entrambi i poli abbiamo 3000 ettari. A questo dato vanno aggiunte anche altre due zone di produzione: Roccapalumba  (nel Palermitano) con circa 1000 ettari, e Santa Margherita di Belice (nell’Agrigentino), con 500 ettari.

Poi ci sono le aziende che approfondiscono le caratteristiche terapeutiche di questa antica pianta, investendo su un aspetto diventato oggetto, oggi più che mai, di interesse: “Solo negli ultimi anni se ne sta attenzionando il suo valore – conclude Rapisarda – e questo grazie anche alla sua efficacia nel ridurre il colesterolo ma anche nel trattamento di disturbi gastrointestinali. I suoi fiori, inoltre, sono impiegati per la cura di patologie legate alla prostata”.

 

Un aspetto estremamente interessante è anche il suo potere di rappresentare una barriera contro gli incendi, infatti impiantando dei filari nei confini delle aziende, queste piante riescono a bloccare eventuali incendi nelle strutture confinanti.

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