Cure omeopatiche per i nostri amici a quattro zampe

Eleonora Cosentino

Ricorrere all’omeopatia in campo veterinario rappresenta un percorso diffuso in Italia come nel resto d’Europa

Persone e animali: un rapporto sempre più consolidato. Certo è difficile immaginare il senso di vicinanza e ‘cura’ reciproca che c’è in un rapporto tra persone e animali se questa intesa non c’è mai stata. Se non è mai esistita l’opportunità di una simile amicizia. Ma quella tra noi e i nostri amici animali è un’alchimia. Un rapporto che negli anni si è evoluto, mettendo in luce aspetti di una convivenza che oggi interessa sempre più famiglie europee.

 

La conferma arriva anche dall’ultimo Rapporto Assalco – Zoomark che offre un’istantanea degli ultimi quindici anni. Sono anni che hanno “definito il ruolo degli animali da compagnia nella nostra società e nelle nostre famiglie”. Il 96% degli italiani intervistati nell’ambito di un’indagine Bva – Doxa, li definisce e li percepisce come membri di famiglia a tutti gli effetti.

 

“Nel 2021 Euromonitor ha stimato la presenza di 64,7 milioni di pet in Italia, di cui quasi 30 milioni di pesci, poco meno di 13 milioni di uccelli ornamentali, oltre 10 milioni di gatti, 8,7 milioni di cani, poco più di 3 milioni tra piccoli mammiferi e rettili”.

 

Numeri dai quali emerge una fotografia evidente di un rapporto più consapevole che ha goduto, nel corso degli anni, di una maggiore conoscenza del mondo animale. Un salto in avanti che si riflette in ogni sfera di questo legame, ormai stabile, e che ha aperto le porte a una ricerca, dedicata alle cure rivolte ai nostri amici animali, sempre più avanzata.

 

Si tratta di cure che attingono dall’esperienza e dall’innovazione, ma sono anche percorsi diversi dalla medicina più tradizionale veterinaria e che, di fatto, procedono in parallelo con questa. Oggi, per esempio, ricorrere all’omeopatia, anche in campo veterinario, rappresenta un percorso diffuso in Italia, come nel resto d’Europa. A confermarlo è Marcello De Fino, medico veterinario dal 2000 e oggi anche docente collaboratore della scuola Siov (Società Italiana di Omeopatia Veterinaria). “Si tratta dell’unica scuola in Europa fatta da veterinari per i veterinari – spiega De Fino –. È un ambito che apre un ventaglio di terapie maggiore e su questo tema c’è un’attenzione ormai crescente. La scuola, che ha sede a Parma, risponde proprio a questa esigenza. Io per primo mi sono avvicinato alla medicina integrata e all’omeopatia veterinaria per esplorare possibilità terapeutiche in passato a me sconosciute”.

 

Quello dell’omeopatia veterinaria è un campo che si muove e si diffonde di pari passo alla medicina tradizionale del settore.

“Curare con l’omeopatia in campo veterinario implica un approccio diverso da parte del medico – continua De Fino -. Cambia, spesso, pure la prognosi, cambia la percezione del paziente, cambia la terminologia che riflette lo spirito di questa dottrina. In omeopatia si parla infatti, di ‘biopatografia’, ovvero la storia del paziente, dalla sua esistenza più remota, espressa attraverso i sintomi peculiari di interesse omeopatico. In questo ambito non si cura la malattia in sé ma il paziente in generale. Attraverso una minuziosa raccolta anamnestica, si delinea una fotografia del paziente che ricalchi quanto più possibile quella di un rimedio unico (simillimum). Fatta la diagnosi di rimedio, si procede con la diagnosi di potenza che rappresenta le modalità di somministrazione dello stesso rimedio scelto. Si tratta di rimedi di origine naturale, afferenti a uno dei tre regni principali, ovvero minerale, vegetale o animale. Si utilizzano, in pratica, delle sostanze altamente diluite e dinamizzate per curare dei sintomi che, le stesse sostanze, avrebbero provocato in un paziente sano, se assunte senza le previste procedure di diluzione e dinamizzazione”.

 

Quando si accede a questo tipo di terapia, l’approccio fisico da parte del medico è sempre ponderato e profondamente rispettoso perché è prioritario stabilire con l’animale un contatto propedeutico alla conoscenza: “Ma i risultati sono tutt’altro che lenti – chiarisce De Fino -. Chi si avvicina a queste terapie lo fa, spesso, perché sta per esaurire le speranze. Perché ha davanti un animale con una patologia che ha compromesso la qualità di vita dell’animale stesso. È un po’ come fosse l’ultima spiaggia, ma poi finisce con il ricredersi e si trova davanti a una prognosi del tutto rivalutata e che offre un’aspettativa di cura insperata. E questo non solo nel paziente che convive con un problema cronico ma anche nei casi di episodi acuti, dove è necessario intervenire repentinamente.

 

E la prospettiva non cambia se in ambulatorio arriva un cane, un gatto, una tartaruga o un animale esotico. Mi piace ripetere spesso uno dei principi cardine di questa scienza: i limiti dell’omeopatia sono correlati al quantitativo di energia vitale di ogni paziente. Finché c’è energia vitale ci sono speranze.

 

Ma su quali principi viene fondata questa pratica? “Sul principio che il simile cura il simile. Per capire come agisce un rimedio omeopatico è utile citare la teoria della memoria dell’acqua: l’acqua – spiega De Fino – è capace di mantenere una memoria-informazione di sostanze in essa disciolte, anche se altamente diluite. In omeopatia i rimedi sono diluiti e dinamizzati (un percorso, quest’ultimo, che implica un’azione meccanica di scuotimento sulla soluzione già diluita). Con il vantaggio che la terapia omeopatica è decisamente più economica, facile da somministrare, con nessun effetto collaterale e, cosa non secondaria, implica un approccio eco sostenibile: i farmaci omeopatici non lasciano residui nell’ambiente, intesi come scorie chimiche depositate nel terreno attraverso le deiezioni animali. E non è certamente casuale che sono rimedi sempre più apprezzati negli allevamenti biologici”.

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