Addio alle Awamat le case galleggianti del Cairo

Roberta Puglisi

Le house boat in legno dai colori vivaci che gli egiziani chiamano Awamat, meraviglie architettoniche sull’acqua, scompariranno per lasciar posto allo sviluppo commerciale della zona

Immagina di svegliarti una mattina su una casa galleggiante al centro del Cairo, e di goderti una colazione assaporando  ful medames, la tipica crema di fave e le tamiya, la versione egiziana delle falafel, guardando un panorama mozzafiato di un fiume immobile, il grande Nilo, il padre dei fiumi africani, dove si riflette la città, restituendo una vista rilassante, simile a un dipinto a olio, uno spettacolo più unico che raro.

 

Stile di vita fuori dall’ordinario, per chi la abita, sogno romantico per l’unico scrittore arabo ad aver vinto un premio Nobel per la letteratura, Nagib Mahfuz, che nel suo libro “Chiacchiere sul Nilo”, racconta il fascino degli incontri tra amici nelle iconiche case, come di un momento accogliente e incantato, galleggiando sul Nilo al chiaro di luna.

 

In legno dai colori vivaci, le Awamat, termine che in arabo significa galleggiante, sono delle vere meraviglie architettoniche che fluttuano al ritmo del Nilo, ancorate alla terra da una corda  e da una passerella. Sono ormeggiate da decenni lungo le rive alberate del grande fiume, tra l’esclusiva isola di Zamalek, oasi del vecchio mondo con un’aria decisamente contemporanea, che dondola placidamente accanto alla capitale, e Giza, sito archeologico per eccellenza, Necropoli delle leggendarie piramidi di Cheope, Micerino e Chefren, oltre alla colossale Sfinge, prodigio architettonico, una delle sette meraviglie del mondo.

 

Realizzate in legno di pino, gli interni sono  in quercia e faggio, le pareti sono  rivestite di piastrelle per  dare un autentico aspetto domestico, con giardini pensili verdeggianti da una parte e l’acqua dall’altra, un’anomalia in una città delimitata dal deserto, orgoglio per chi abita in prima fila sul Nilo, con i suoi pescatori, i pesci persici africani e le oche, considerate sacre dagli antichi Egizi.

 

Oggi, il cuore del Cairo piange le Awamat, questo ricco patrimonio architettonico della città, sotto assedio degli escavatori che stanno distruggendo un simbolo della cultura egiziana che dal 1800 rappresenta una  tradizione vivente.

 

Il governo ha improvvisamente ordinato la demolizione delle case galleggianti, denunciandone il pericolo strutturale. Cambia il volto di un pezzo della capitale dell’Egitto, dono del Nilo, secondo lo storico antico greco, Erotodo, dove in questi giorni sono tante le vite, i ricordi, i cuori, le storie e i sentimenti che riempono scatoloni, pronti a traslocare chissà dove.

 

I residenti sull’acqua sono a lutto, non solo per la perdita delle loro case, ma anche per la loro scelta di vita, completamente immersa nella natura, fortemente compromessa e minata dalle autorità egiziane che hanno ordinato lo smantellamento di questo luogo di grande bellezza, per sviluppare commercialmente il bordo del Nilo, realizzando un numero imprecisato di passerelle di cemento, costellate di negozi, ristoranti e caffè per attrarre il turismo.

 

Sulla sponda del fiume, la vita era tranquilla, ariosa e intima, niente a che vedere con la metropoli polverosa e frenetica, ma il business ha vinto, la priorità degli investimenti commerciali e turistici, stanno cancellando con un colpo di ruspa, la lunga e colorata storia delle case galleggianti che risalgono ai tempi dei faraoni, svaniscono i resti di una sdolcinata e affascinante storia, che ricorda i funzionari ottomani ricchi e di alto rango, noti come pascià, che usavano le case galleggianti per incontrarsi con le loro amanti, mentre le prime danzatrici del ventre, conosciute come ghawazee, con il loro costumi ricchi di colori sgargianti, veli dorati e orecchini pendenti di filigrana d’oro bianca, memoria di madri e amorosa eredità, sinuosamente sfidavano la tolleranza, l’accettazione e la curiosità della prima società egiziana.

 

Tabula rasa delle Awamat, raccontate dallo scrittore egiziano Mahfuz, come rifugio galleggiante dove si poteva bere, drogarsi e mescolarsi nel cuore di una città profondamente conservatrice, narrata nella “Trilogia del Cairo”, considerato il suo capolavoro, come una turbolenta città, di un paese che durante gli anni che hanno attraversato le due guerre mondiali, mentre tutto si evolveva, si opponeva al cambiamento.

 

Oggi, più che mai, la Trilogia scritta dal premio Nobel, che registra la voce di un popolo che affronta con paura il potere, quasi profeticamente, potrebbe descrivere la lotta contro la decisione del governo di demolire un punto di riferimento unico della capitale egiziana e parte integrante della storica architettura del Cairo, ma anche la disperazione di tutti coloro che con i cartoni in mano, colmi di frammenti di vita, sono costretti a lasciare le proprie case galleggianti, indorate dal riflesso del sole sull’acqua, o come la storia racconta, dipinte di color oro durante il Califfato, il governo adottato dal primissimo Islam il giorno stesso della morte di Maometto, che obbligava che le case galleggianti fossero colore del nobile metallo.  

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