Donpasta: musica, storie e farina

Liliana Rosano

Pugliese, economista, dj ed esperto di gastronomia, Donpasta, è considerato dal New York Times uno dei più inventivi attivisti del cibo: “Nella narrazione italiana del Made in Italy il valore del cibo sta tutto nella bellezza e ricchezza dei piccoli artigiani”

Ama definirsi un’attivista del cibo, un antropologo alla ricerca delle

 piccoli grandi storie. Daniele De Michele, in arte Donpasta, mette insieme musica, documentario, racconto, cucina, con lo stesso spirito del mixing e mastering da deejay, professione con la quale ha iniziato da ragazzino. Oggi, dopo cinque libri, due docu-film,  diverse web serie e serie televisive, spettacoli in tournée, continua la sua missione nel diffondere il valore del cibo attraverso le piccole grandi storie italiane. Quelle del Made in Italy, dice lui, la vera eccellenza. Lo abbiamo incontrato a Salina, durante l’ultima edizione del SalinaDocFest, dove ha presentato la preview del documentario Donpasta alle Eolie // Primo capitolo: Salina, prodotto dall’Assessorato alle Attività Produttive della Regione Siciliana.

 

Il documentario ‘Donpasta alle Eolie / Primo capitolo, Salina, nato da una tua idea insieme a  Giovanna Taviani, direttrice artistica del SalinaDocFest , vuole raccontare la tipicità del prodotto enogastronomico di Salina attraverso la narrazione delle attività di produttori, chef e trasformatori. Due sono gli elementi principali: il racconto corale e quello individuale. Quali sono gli obiettivi che hai voluto mettere in luce?

 

“La convivenza delle storie individuali dentro il racconto corale è sicuramente non solo una scelta stilistica legata alla narrazione ma ha un profondo significato intrinseco alla stessa natura dell’Isola. Salina è un insieme di storie tutte legate dal senso di appartenenza a qualcosa di più grande, a questo rapporto consapevole con la natura, alla qualità del prodotto agricolo e gastronomico e al senso di protezione delle tradizioni. Il mio obiettivo è quello di mettere in evidenza questo legame con il territorio sia a livello dei protagonisti che in riferimento allo stesso festival. Non vogliamo che sia un festival autoreferenziale e intellettuale. Vogliamo sempre di più confermare ed affermare questo rapporto e legame con il territorio”.

 

Cosa lega le storie e come sono state scelte?

“Le storie sono legate da questa profonda consapevolezza, appartenenza e legame con la natura. C’è un rispetto profondo, una convivenza pacifica e armoniosa con l’ecosistema naturale. Tutti i protagonisti puntano alla qualità dei prodotti e a difendere le tradizioni. La vera innovazione sta nel mantenere e continuare le tradizioni”.

 

Quale storia ti ha colpito di più?

“La storia di Francesco Fenech e del modo in cui ha gestito il problema della trasmissione della sua attività, facendo eccezione a quelle che sono le regole ancestrali del modello di trasmissione rurale. Consapevole che il figlio non vorrà prendere in mano l’attività, ha deciso di cedere una parte al suo assistente di origine marocchina. Questo gesto rivela anche un aspetto non facilmente visibile ma che esiste a Salina: la presenza importante dell’operosa comunità marocchina e l’integrazione”.

 

Si può parlare di un vero e proprio modello Salina?

“Assolutamente sì. L’Isola è già un modello di turismo ecologico e green che si candida a essere esportato anche in tutto l’arcipelago.  Salina ha dimostrato grande consapevolezza rispetto a questa sua natura green ed ecologica. Una consapevolezza che si è tradotta in un punto di forza e un volano per un turismo ecologico che sta avendo sempre più riscontro”.

 

Qual è il tuo legame con Salina?

“Vengo da Otranto e il mare per me è appartenenza, identità. A Salina sono stato invitato a presentare due miei docu-film, I Naviganti e I Villani.  Ogni volta mi colpisce questa armonia urbanistica, questa profondità. Mi piace pensare che sia un questo piccolo paradiso dove non ci sono deturpazioni ambientali e modelli di turismo di massa che distruggono la comunità locale”.

 

Tu hai sempre raccontato il cibo attraverso la chiave antropologica, sottolineando l’importanza delle piccole storie.

“Il valore del cibo nella narrazione italiana del Made in Italy sta tutto nella bellezza e ricchezza dei piccoli artigiani. A un certo punto, è prevalso il racconto delle eccellenze che sembrava tradire e sacrificare le piccole storie, quelle dei piccoli produttori. Ricordiamoci sempre che il Made in Italy, le vere eccellenze italiane sono legate allo straordinario lavoro dei piccoli artigiani e produttori. È questa la nostra forza”.

 

Speciale Tradizione e Innovazione nella cucina eoliana continua con i successivi capitoli dedicati alle altre isole dell’arcipelago. Quale altra isola ti affascina?

“Stromboli è sicuramente il mio sogno cinematografico e sto lavorando per continuare a raccontare l’universo gastronomico eoliano. L’obiettivo rimane lo stesso: le piccole grandi storie, quelle vere”.

Foto di Maurizio Zambito

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