Sebastiano Di Bella e l’arte della perfezione

Giovanna Cirino

I profumi della Sicilia nei vini dell’azienda Di Bella, particolarmente legata a un vitigno straordinario della Valle dello Jato, il Catarratto, quel brutto anatroccolo dell’enologia siciliana

Se sei un perfezionista non ti fermi mai, non ti accontenti, c’è sempre un altro gradino da salire nella scala della soddisfazione personale. Sebastiano Di Bella, palermitano, già Segretario Generale dell’Assemblea Regionale Siciliana, oggi produttore di vini, è un perfezionista. Studioso, brillante, poliglotta, ha un approccio meticoloso con tutto quello che gli ruota intorno: lavoro, passioni, letture, vini.

I suoi vigneti e la cantina si trovano, a circa venti minuti da Palermo,  nel Comune di San Giuseppe Jato, alle pendici del Monte omonimo, a una quota di 400 metri, in un territorio dove la coltivazione di uva da vino ha radici lontane. L’obiettivo dell’azienda è quello di esprimere le caratteristiche peculiari della Valle dello Jato e rispondere alla richiesta di qualità da parte dei consumatori. Perché: “L’industria li fa uguali, l’artigiano li fa unici”.

Come inizia questo impegno nel mondo del vino?

“Tutto nasce dal fatto che ero già un agricoltore, un produttore di uve; inizialmente le lavoravo presso cantine di amici, poi ho capito che per avere un alto livello di qualità – la cosa che più mi preme – bisogna riuscire a controllare l’intero processo di vinificazione, dalla vigna alla bottiglia. A San Giuseppe Jato, luogo dal grande potenziale enologico in cui le cantine hanno una storia antica, ho iniziato ad apprezzare la grande qualità di alcune delle uve che si coltivano tradizionalmente in questo territorio, scommettendo sul Catarratto”.

Quali sono gli obiettivi da raggiungere?

“Dal punto di vista enologico e commerciale la sfida è quella di produrre un vino bianco di grande qualità con un patrimonio organolettico interessante per i profumi e i sapori che lo contraddistinguono, con un potenziale di maturazione, che di solito non viene riconosciuto ai vini bianchi. Noi stiamo invece dimostrando che i vini a bacca bianca possono maturare bene nel tempo. Infatti proprio quest’anno abbiamo ottenutodue medaglie d’oro in concorsi internazionali col nostro Catarratto 2017”.

Perché avete voluto puntare sul Catarratto?

“La cosa paradossale di questa esperienza è che puntiamo sul ‘brutto anatroccolo’ dell’enologia siciliana: il Catarratto. Un’uva che è sempre stata sottovalutata e che ancora oggi viene bistrattata. Ci siamo accorti della sua grande versatilità, ne ricaviamo un vino biologico sia nella versione soltanto acciaio, sia nella versione soltanto legno, un macerato senza solfiti aggiunti che sta riscontrando un buon successo. Ci apprestiamo anche a lanciare un vino spumante, perché i vini prodotti in queste colline – oltre i 600 metri – hanno un potenziale anche per le bollicine”.

Il caldo eccessivo e prolungato vi ha creato problemi?

“L’agricoltura è natura e questo è quello che noi esprimiamo, ogni anno è diverso dal precedente perché le uve risentono molto delle condizioni metereologiche. Essendo in alta collina sentiamo le ripercussioni del clima meno che in pianura, ma il caldo fa ritardare il periodo della vendemmia. Ci muoviamo seguendo il ritmo delle stagioni, non ci sono protocolli”.

La differenza con l’industria è proprio questa.

“Ci contraddistinguono le piccole quantità di prodotto artigianale che confezioniamo su misura, un vino sartoriale, non esistono standard, non è lo stesso dall’Alaska all’Equatore. Basti pensare che nei nostri vigneti a distanza di soli 50 metri, le uve hanno caratteristiche differenti perché cambia il suolo. In cantina abbiamo vasche della capienza massima di 150 ettolitri e possiamo lavorare duemila quintali di uva da cui ricavare 1400 ettolitri di vino”.

L’azienda ha un bel legame con l’Università.

La ricerca è fondamentale in qualsiasi attività umana, la sfida va affrontata senza condizionamenti commerciali e aziendali. Nel 2019 abbiamo finanziato due borse di studio per altrettanti progetti di ricerca e sottoscritto con l’Università di Palermo una convenzione per cui un’area della cantina è riservata alle loro sperimentazioni e i risultati degli studi effettuati vengono pubblicati su riviste scientifiche di livello internazionale”.

Soddisfazioni, motivi d’orgoglio?

“Sono entusiasta che un’uva disprezzata sino a qualche anno fa, stia conquistando una nuova reputazione; cresce l’attenzione per il Catarratto da parte di cantine e Centri di Ricerca. L’uva più siciliana che esista, coltivata dall’Etna a Marsala era stata messa da parte, chissà perché. Sono soddisfatto dei vini che stiamo creando, so che possiamo migliorarne la qualità ricorrendo alle sperimentazioni, alla tecnologia e alle pratiche di cantina più opportune, per ritrovare l’orgoglio di quello che siamo, senza scimmiottare nessuno”.

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