Più made in Sicily dello Statuto…

Vincenzo Belfiore

Oggi 15 maggio si celebra il 76° anniversario dell’Autonomia Siciliana, uno strumento importante che ci fa riflettere anche sull’attuale guerra in Ucraina

Uno dei più sorprendenti prodotti della cultura politica siciliana è proprio lo Statuto autonomo, “sanzionato” dal reggente Umberto II il 15 maggio 1946, durante gli ultimi giorni del Regno d’Italia, diciassette giorni prima del referendum che il 2 giugno porterà alla nascita della Repubblica Italiana.

Lo Statuto fu elaborato tra il dicembre del ‘44 e il dicembre del ’45, quando ancora nel nord Italia occupato, gli alleati combattevano contro le truppe germaniche e i partigiani contro i repubblichini, ma la liberazione della Sicilia nel ‘43 aveva anticipato la rinascita dei partiti e delle organizzazioni sociali e sindacali.

La Consulta Regionale Siciliana nata per affiancare le decisioni dell’Alto Commissario per la Sicilia, cui erano transitati i poteri dal governo militare alleato (AMGOT), era composta da alcune delle più eccelse menti isolane delle Università, delle rappresentanze sindacali, industriali e agricole. 

La spinta di uomini come don Luigi Sturzo, Salvatore Aldisio, Giuseppe Alessi e tanti altri che avevano compreso che per arrestare le spinte separatiste era necessario uno strumento innovativo e snello, fu decisiva. Ai 36 membri della consulta spettò il compito di ideare lo Statuto e in appena un anno di lavori, fu pronto. Con esso si sanciva un patto in cui la Sicilia rinunciava alla lotta per l’indipendenza, in cambio dell’autonomia speciale.

Il percorso sul suo utilizzo fu lungo e complesso, sin dalle prime elezioni del ‘47, costellato di infiniti rallentamenti, abusi e ostilità, per cui ancora oggi a 76 anni di distanza non si è raggiunta la completa attuazione. 

 

Da Ermocrate al congresso di Gela del 424 a.C. alla lex Rupilia del 112 a.C. primo vero trattato giuridico, al regno di Sicilia, le Costituzioni di Melfi del 1231, la Costituzione Siciliana del 1812 e poi del 1848, le millenarie aspirazioni della cultura e politica e giuridica siciliana si concretizzarono attraverso uno strumento invidiato in tutto il mondo e più volte preso a modello. E ancora oggi per esso si combatte…

In qualunque parte del mondo, ogni volta che la violenza viene utilizzata per la risoluzione di controversie, si dovrebbe innescare la necessità di capire e comprendere le ragioni o i pretesti che hanno portato a questo. E stabilire quanto ognuno di noi sarebbe disposto a concedere e a rinunciare per trattare ed evitare l’uso delle armi. La guerra in Ucraina ci impone una riflessione “speciale”, rivolta, prima di tutti, a chi già serve come parlamentare l’Assemblea regionale siciliana o si candida a farlo.

 

Vediamo perché

Punto cardinale per tutti dovrebbe essere quello di avere sempre come guida e riferimento l’autonomia speciale che la Regione Siciliana, due anni prima della Costituzione, si diede nel 1946, bene che spesso non ci rendiamo conto di avere. Anzi lo bistrattiamo, lo critichiamo, lo riteniamo superato o peggio ancora uno strumento per privilegiati (cosa in parte vera, ma per una scelta precisa). Eppure, con tutti i suoi limiti, dovremmo ogni giorno ricordare quello che è costato e quello che sono disposti a fare in altre parti del mondo per ottenerlo.

Dovrebbe essere inutile ricordare che, la vicenda della specialità della Sicilia, nel quadro geopolitico del Mediterraneo degli ultimi 2500 anni, è stato un argomento affrontato da ogni classe dirigente che ha operato a qualunque titolo, di qualunque religione di qualunque nazionalità, nel nostro arcipelago siculo.

Dunque, basterebbe, semplicemente, riascoltare una di quelle frasi ricorrenti nei TG, nei servizi giornalistici, nei talk, che si rincorrono da settimane, da mesi, su quello che succede oggi in Ucraina a svelarci, in un lampo, la preziosità del nostro Statuto.

Gli analisti, storici e gli esperti di geopolitica concordano su una serie di aspetti che hanno accelerato e fatto precipitare la situazione in Ucraina. Uno di questi è il mancato rispetto degli accordi di Minsk. Si tratta di appena 14 punti, nell’ordine legati alla necessità di un cessate il fuoco, della presenza di osservatori internazionali per arrivare al disarmo delle fazioni in lotta attraverso – ed è qui il punto fondamentale – il riconoscimento di uno statuto speciale e di organi di autogoverno della Regione in russo Oblast, cioè di Donetsk e di Lugansk, nel Donbass.

 

Il cuore del protocollo di Minsk altro non era che quello che noi abbiamo dal 1946, lo statuto autonomistico, forse il primo riconoscimento di una amministrazione autonoma negli ordinamenti degli Stati del mondo democratico. Ancora oggi, un modello sognato da tanti popoli nei più svariati angoli della terra.

Noi siamo stati più fortunati, in quanto, nel ‘46 ancora non esisteva la Costituzione per cui fu facile, nel 1948, inserire lo Statuto autonomo e la previsione delle altre regioni a statuto speciale nel nostro ordinamento, come infatti avvenne per il Trentino, la Sardegna, la Val d’Aosta, il Friuli solo nel 1963, a causa della controversia su Trieste.

 

Nell’autonomia la soluzione al conflitto sul decentramento amministrativo, sulla potestà legislativa e la tutela delle lingue e della cultura.Purtroppo, dal 2014, anno del protocollo, i progressi fatti per l’inserimento nella Costituzione ucraina delle autonomie speciali sono costellati da blocchi, rallentamenti, annullamenti, che hanno radicalizzato e degenerato i rapporti tra le fazioni in campo. Senza fare relazioni o similitudini con altre vicende come quella catalana o scozzese e di altre autonomie speciali che sono diverse di volta in volta nelle loro motivazioni e nei loro contesti, resta l’amara consapevolezza che non sapremo mai se grazie all’autonomia fosse stato possibile evitare il  dolore, la distruzione e i massacri che sono la cronaca di guerra di questi ultimi mesi.

Un fatto è certo: ogni deputato, ogni candidato e ogni cittadino siciliano dovrebbe avere nella mente e nel cuore che il nostro Statuto è uno strumento straordinario, un patrimonio dei siciliani, che nessuno ci ha regalato, che è costato sacrifici e sangue, ma anche la capacità di mediare tra forze politiche di una classe dirigente rinata dopo la catastrofe di una guerra sanguinosa, combattuta sulla nostra isola. 

 

 

Possiamo essere ancora una volta un modello come lo fummo nel Medioevo di convivenza tra ebrei, cristiani e musulmani. L’autonomia speciale fu un patto in cui la Sicilia  rinunciò alla lotta armata per l’indipendenza, ancora una volta senza entrare nel merito dei torti, delle ragioni e delle parti, il nostro statuto fu preso a riferimento da Jordi Pujol per lo Statuto catalano del 1979 e il nostro Parlamento sognato e ottenuto dalla Scozia nel 1999.

Ancora oggi, per molti rappresenta qualcosa per cui lottare ed è per questo che auspichiamo e sogniamo possa nuovamente diventare uno strumento di pace, per veder tacere le armi nel cuore dell’Europa. Non sarà l’unica causa ma un tassello di varie concause legate agli equilibri geopolitici di questo millennio, esattamente come nella Sicilia dell’immediato dopoguerra.

 Il nostro Statuto, il suo ordinamento e il suo Parlamento sono la dimostrazione che una nazione può vivere all’interno di uno stato in pace e armonia, ma guai a toccarlo o rimetterlo in discussione.
Ricordiamolo, ogni volta che ironizziamo con l’autonomia speciale, considerandola retaggio di un tempo superato, gli eventi e la storia ci dicono quanto lo Statuto sia attuale.

Il compito di chi amministra o si candida ad amministrare la Sicilia, per renderla migliore, è quello di utilizzarlo al meglio. L’autonomia va riconquistata e meritata per essere consapevoli di quello che rappresenta.  Ormai non è più il momento, forse avremmo dovuto farlo prima: inviare una copia del nostro statuto a Zelensky e a Putin. Ma molto probabilmente lo conoscono già, e meglio, di tanti siciliani.

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