Le automobili sono oggetti prepotenti…e irresistibili!

Luigi Patitucci

Tutti noi abbiamo un’immagine che echeggia nella nostra mente, è l’immagine favolistica dell’auto dei nostri sogni, l’auto che vorremmo guidare per poter scivolare dentro la fiaba della nostra vita

Le automobili sono oggetti prepotenti.

Si, perché esercitano su di noi una seduzione prepotente. Per poterle avere, per poterle possedere, siamo disposti a faticare e faticare ancora e ancora. Sono così attraenti che addirittura crediamo possano determinare ciò che vogliamo essere, come vogliamo mostrarci agli altri, sono come degli abiti che scegliamo, a tutti i costi e, con una smania incontenibile, di voler indossare. Esercitano su di noi una tale corruzione che saremo disposti a vendere l’anima al diavolo per poterle avere. E questo, la Fiction Economy l’ha ben capito. Oggi l’automobile, intesa come prodotto, può essere paragonata a uno smartphone, in quanto risultato di analoghi processi di ideazione, produzione, vendita ed uso assolutamente comparabili. Le uniche variabili atte a differenziarli sono relative alle dimensioni e, ovviamente, alla tipologia funzionale per cui viene concepito ognuno di questi “cari” oggetti. Nel nostro scenario esistenziale, sono cose che ci appartengono fortemente, che consideriamo indispensabili, amiamo circondarli di un credo spietato, un’adorazione smisurata e incontenibile.

Vorremmo poter accogliere la malìa che emana questo oggetto che, inutile negarlo, non è più ormai da tempo memorabile – forse non lo è mai stato – soltanto un mezzo di trasporto in grado di traghettarci, più o meno comodamente, da un posto all’altro. Bensì un elemento portatore di uno stile di vita da ognuno di noi considerato esemplare, lifestyle agganciato a bisogni latenti che sono ora mutati in evidenti accadimenti che, hanno inesorabilmente trasformato in maniera considerevole, il rapporto tra significante e significato.

Ma a dire di Daniele Gorgone, il mio giovane amico gravemente affetto da ‘automotivite acuta’, che a questo ambito applicativo proprio della disciplina del design dedica le sue migliori energie, questa irrefrenabile corsa evolutiva che “investe” – è proprio il caso di dire – l’automobile, negli ultimi 15 anni è parecchio rallentata. Egli sostiene che l’autovettura, pur conservando l’elemento figurale afferente alle sue origini(sono pur sempre strutture a quattro ruote che si muovono e che ci consentono di poterci spostare in maniera più o meno confortevole), sono nate negli ultimi due decenni nuove tipologie, spesso ibride, che posseggono piccole micro variazioni tra una categoria di attribuzione e l’altra. Cosa ci sta tra una berlina educata ed un fuoristrada svergognato? Magari un SUV o un Crossover o, ancora, un Mini Crossover.

 

Pochi centimetri di ingombri e segni grafici in grado di poter esaudire i nostri sempre instabili desideri, non più i nostri bisogni, inutile continuare a prenderci in giro, poche sapienti modificazioni che si servono di frugali elementi d’innesto, in grado di poter produrre alti gradienti di appetito nei nostri assetati sistemi neuronali. Insomma, abbiamo appreso che per poter generare tali livelli di appeal non servono più grandi, consistenti ed onerosi, cambiamenti. Sfogliando le riviste di settore o, addirittura i magazine dedicati all’Automotive Design, appaiono in maniera diffusa e dilagante, sempre le solite nenie, le solite tiritere e, nel caso in cui nella operazione di lancio della vettura – che, oramai accade sempre, inesorabilmente costruendo un evento anni prima, in ossequio alla affermazione delle pratiche proprie della Prosev Strategy, ovvero lo srotolarsi di serie di dinamiche atte a poter realizzare il consenso nella traiettoria(reversibile) che si muove lungo i tre elementi cardine di Prodotto-Servizio-Evento, valutandone di volta in volta le opportunità di ostensione, secondo i dati dello scenario ‘ambientale’ in cui ci si muove.

 

Nei casi in cui per tale operazione di lancio venga coinvolto un Designer Divo (Ron Arad per la FIAT 500, Philippe Starck per la Volteis; etcc…docet)o un Divo del Design (Lapo Elkan per Ferrari, FIAT 500, Panda, etcc..; Justin Biber per la Vespa 50 Piaggio; Pharrel Williams; etcc..,  docet), allora è il Proclama! Designers pervertiti o, come abbiamo visto, pervertiti nel Design, accecati dalla questione autoriale e dalla voglia di voler modellare stili e tendenze, sempre su minute variazioni dallo stesso tema d’origine.

 

Se invece proviamo a considerare cosa possa galleggiare nella testa di un ragazzino nato a partire da quel salto che abbiamo compiuto dentro il nuovo millennio, ci accorgeremo dell’assenza nel suo immaginario desiderante automobilistico di tutta una serie di elementi e di dispositivi d’uso cui noi adulti eravamo indissolubilmente legati, cui spasmodicamente agognavamo poter disporre: elementi quali il cambio manuale, a generare l’irrefrenabile passione per le ‘scalate’ di marcia con accelerazione progressiva e inesorabilmente emozionante, talvolta persino commovente; il rombo del motore, quale dichiarazione di potenza da maschio alfa; la sgommata fumeggiante che ci circonda di vapori mistici come un divo del rock; e via dicendo.

Questo, per dire che innanzitutto il Design è osservazione di stili di vita e che, come sono solito dire da decenni nei miei scritti, dobbiamo capire innanzitutto chi siamo diventati e continuiamo a divenire, per poter capire di cosa abbiamo bisogno, di cosa amiamo circondarci nella nostra seppur breve esistenza. Ho scritto che il briefing dei nostri bisogni e dei nostri desideri è tutto agganciato ai nostri peccati quotidiani

 

Con l’avvento della trazione ibrida o elettrica, quale conseguenza della inderogabilità dell’affermazione delle pratiche che dovranno condurci a poter intraprendere il percorso della transizione ecologica, negli ultimi anni qualche casa automobilistica sta provando ad accogliere la sfida di tentare di immaginare un futuro migliore per tutti noi automotive victims, ma ancora sono tante le questioni relative alla trasmissione di alti gradienti di appetibilità e di gratificazione legati all’uso dei veicoli in itinere.

Il rischio più grande che potremmo correre sarebbe quello di poter possedere dei veicoli benevoli e santificati, in grado di non poter arrecare danno alcuno ai nostri già provati ecosistemi, ma rischiare invece la morte per noia profonda. Ma figurarsi se le aziende automobilistiche, forti di un secolo e più di esercizio di alti gradienti di seduzione nella direzione dell’utenza, potevano cadere in tale errore grossolano!

 

Si pensi invece alla prima Fiat 500, quella degli anni ’60 del secolo scorso, un capolavoro firmato dall’Ing. Dante Giacosa, un capolavoro che si mostrava irripetibile per il suo tempo, ma cui sapienti designer hanno saputo dar nuova vita in assoluta sincronia con i profili energetici, ambientali, di appeal del nostro tempo recente. La operazione di re-design della FIAT 500 è considerata esemplare in maniera univoca dalla critica di settore, senza eccezione alcuna. L’auto sta per divenire, come parecchi dispositivi che appartengono al nostro scenario esistenziale, un elemento autonomo, non avrà più bisogno dei nostri comandi fisici, ha già un ‘cervello’, un carattere, e siamo in grado di poter interloquire con essa mentre ci accompagna a destinazione, è un abitacolo semovente, uno spazio usufruibile ricco di tante possibilità d’esercizio per l’utente, che ci vengono donate grazie alle dotazioni tecnologiche proprie dell’era digitale. Dovremo dunque evolverci anche noi maschi alfa cominciando ad apprezzare quella ‘bellezza’ del silenzio che regala l’elettrico, allontanandoci progressivamente da quell’assordante rombo proprio dell’era meccanica; dall’uso del cambio manuale durante il traffico con 40° all’ombra; e via dicendo, empi di soddisfazione data dalla comodità dovuta all’uso di un solo pedale in grado di fare tutto ciò che occorre e, se proprio abbiamo altro cui occuparci, con un semplice pulsante,…anzi con un comando vocale attiveremo la guida autonoma.

 

Dunque, ricapitoliamo: non assisteremo al funerale della vecchia scuola della guida rumorosa e manuale, grazie a dotazioni pressochè infinite consentite dai sistemi digitali ma, avremo per di più la possibilità di poter accogliere nel nostro modus vivendi una scorta di possibilità benefiche, taumaturgiche, dapprima considerate impensabili.

 

 

 

 

In tale direzione, un ragionamento straordinario è stato messo in atto dal brand Canoo, ovvero quello di poter accogliere la sfida di concedere l’uso dei veicoli elettrici ad ogni tipologia d’utenza. Questo è stato reso possibile grazie a una soluzione che utilizza la base della stessa piattaforma contenente il pacco batteria, e che concede la possibilità di poter modulare l’abitacolo e la struttura della scocca, per un uso efficiente e funzionale, in base a ciò che si desidera fare o, ‘essere’. Quindi con un unico veicolo possiamo rappresentare tipologie multiple, dunque consentirne l’uso ad una moltitudine di individui con caratteristiche e personalità diverse.

Quello dell’acquisto o dell’uso attraverso lo sharing di un autoveicolo realizza così ancor più dinamiche a sostegno di un’economia di tipo circolare, in ragione del fatto che potremmo decidere di voler acquisire anche un veicolo usato, basterà sostituirne le parti di scocca che desideriamo per poterne trasformare le sembianze, e persino la tipologia attraverso un sistema di motorizzazione anch’esso dalle prerogative multiformi. E, badate bene, non stiamo parlando di prefigurazioni immaginifiche, ma del presente: la nota azienda automobilistica Audi ha già lanciato quest’anno una concept family car in grado di ‘interpretare’ tre modelli a trazione elettrica, con guida autonoma. Una operazione condotta in partenariato con Poliform, con l’intento di voler accogliere all’interno delle pratiche connesse all’uso degli autoveicoli i nuovi rituali del vivere e dell’abitare contemporaneo all’interno di uno scenario di vita che è ,essenzialmente un microspazio attrezzato per poter disporre una costellazione di elementi ad alto gradiente di gratificazione.

 

Con Urbansphere riappare l’autoveicolo monovolume, tipologia che ha goduto nel corso di un secolo, delle attenzioni da parte di alcuni tra i migliori designer della storia della disciplina del design, quali Buckminster Fuller con la Dymaxion del 1933 o, con l’Alfa Romeo Aerodinamica di Ercole Castagna, la Fam di Pio Manzù e, nel 1972 con la concept car Karasutra di Mario Bellini per Cassina esposta a “New Domestic Landscape” al MoMA di New York, per riapparire poi sotto fattezze diverse ed attualizzate nel 1984 con la messa in produzione vincente operata da Renault, con il nome di Espace.

 

Tipologia oscurata negli ultimi due decenni a opera della comparsa del SUV (acronimo di Sport Utility Vehicol).

Assistiamo dunque alla emersione di vecchi e nuovi concetti di abitacolo che vengono accolti nella sfera delle nostre icone desideranti per poter far parte dello scenario che caratterizza e delinea la nostra quotidianità. Ma, a nostro avviso, bisognerebbe chiedersi innanzitutto quale aspetto e quali caratteristiche salienti avranno le città del futuro.

 

 

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