Il rito del Pinguino

Lorenzo Matassa

Al bar ‘il Pinguino’ si celebrava un rito pagano che mai più ho visto porre in essere in questa pazza città. Oggi, quel bar non esiste più. Ma, quell’idea di unire il volgare profano al sacro religioso non si è mai estinta in molta parte del popolo di Palermo

La prima volta che udii quelle parole ero bambino: “Viva Santa Rosalia!”

Avrò avuto neppure cinque anni.

Mio padre amava alcuni luoghi della Palermo che non c’è più.

E, così, comprava la frutta da Giovenco, nella via Villareale, dove l’esposizione di ogni meraviglia di natura sembrava dipinta da Guttuso.

A pochi passi da lì, c’era Cofea.

Di quel luogo ricordo l’afrodisiaco odore di caffè che si spandeva per ogni dove e poi il gesto del mastro gelataio che spingeva un lungo cucchiaio di legno dentro al pozzetto refrigerante.

Il caffè liquido roteava, rigirato tra il braccio meccanico e il cucchiaio, fino a quando non prendeva la consistenza cremosa del gelato.

Ecco, in quel preciso momento, mio padre chiedeva al gelataio di poter gustare il primo e più spumoso morso di fresca crema di arabica.

Quell’aroma unico si fondeva tra lingua e palato sì che chiudere gli occhi per assaporare meglio era parte naturale del rito.

Mi divertiva vedere come vi fosse, in ogni avventore di quel luogo, un modo diverso (e singolarmente uguale…) di manifestare il desiderio e il suo appagamento.

 

Ma – come vi dicevo all’inizio – il luogo ove, per la prima volta, udii la sacra invocazione delle parole che restarono impresse nella mia memoria era un altro.

Era un bar da tutti conosciuto e frequentato soprattutto di notte.

Si chiamava “il Pinguino”.

In quel luogo si celebrava un rito pagano che mai più ho visto porre in essere in questa pazza città.

La bevanda aveva lo strano nome di “autista” e serviva a digerire qualsiasi cosa si fosse mangiata in precedenza: fossero pure le pietre.

Il barista preparava delle spremute di arancia siciliana in un grande bicchiere e sul bancone, davanti a lui, si compiva il rito.

L’uomo – con gesti ormai consolidati – attendeva che il cliente fosse pronto e con un cucchiaio lungo e sottile ricolmo di bicarbonato versava la polvere bianca dentro il bicchiere.

Con una bravura da druido esperto, univa il gesto a un colpo secco dato alla parete vitrea del bicchiere con l’asta metallica del cucchiaio.

 

Dall’istante in cui il suono secco si percepiva, il cliente sapeva di avere solo un attimo per portare alla bocca il bicchiere.

Un tempo infinitesimale perchè il succo d’arancia letteralmente esplodeva in una schiumosissima spuma che veniva ingurgitata alla velocità della luce direttamente nello stomaco.

Difficile descrivere cosa avvenisse dopo.

Il volto dell’ingurgitante prendeva il colore rosso intenso dell’arancia, si contraeva e comprimeva nell’intensità della costipazione.

Ne seguiva la preparazione del liberatorio erutto che – secondo le dimensioni del ruttante (e del grado di educazione ricevuta) – aveva connotazioni diverse.

Le mura di quel locale, se mai potessero parlare, racconterebbero di emissioni sonore ben oltre la soglia della umana comprensione e tollerabilità.

 

L’atto liberatorio degli ingurgitanti si accompagnava – di regola – all’invocazione elevativa della Santa di Palermo e delle sue notorie capacità di tenere lontano il male: “Viva Santa Rosalia!”

A distanza di decenni il bar “il Pinguino” non esiste più.

Ma, quell’idea di unire il volgare profano al sacro religioso non si è mai estinta in molta parte del popolo di Palermo.

Così li vedi seguire la processione della Santa, nella notte del 14 luglio di ogni anno.

Camminano sudati e mesti mentre succhiano i babbaluci.

Sucano e camminano.

Camminano e sucano, invocando la virtù salvifica della Santa.

 

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