Sciascia e Pasolini come lucciole sotto la luna

Salvatore Picone

“Fraterni e lontani”, i due grandi scrittori nel centenario della nascita, celebrati attraverso il corposo carteggio. E nella silenziosa campagna dove Sciascia scriveva, a Racalmuto, riecheggiano ancora, tra mandorli e ulivi, le pagine commosse de “L’affaire Moro”

Nel centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini – che arriva un anno dopo quello di Leonardo Sciascia – bisognerebbe fare una passeggiata nella campagna di contrada Noce, a Racalmuto, a pochi chilometri dal mare di Agrigento, per ritrovare le straordinarie e commoventi pagine che introducono L’affaire Moro dedicate al poeta e scrittore di Casarsa trovato ucciso il 2 novembre del ‘75. Bisognerebbe immergesi in questo tratto silenzioso della “Strada degli Scrittori” per ritrovare il “Giardino delle lucciole” che rievoca quelle adorabili pagine di Sciascia scritte nell’estate del 1978 qui, in questo lembo di paradiso perduto, come lo definì Gesualdo Bufalino.

 

Lo scrittore di Racalmuto, passeggiando una sera in campagna, ritrovò nella crepa di un muro una lucciola: «Non ne vedevo, in questa campagna, da almeno quarant’anni… Ne ebbi una gioia intensa. E come doppia. E come sdoppiata. La gioia di un tempo ritrovato – l’infanzia, i ricordi, questo stesso luogo ora silenzioso pieno di voci e di giuochi – e di un tempo da trovare, da inventare. Con Pasolini. Per Pasolini».

 

Pasolini aveva parlato, in uno dei suoi scritti corsari folgoranti e provocatori, della scomparsa delle lucciole pochi mesi prima di morire per evidenziare ancora una volta il vuoto del potere in Italia, di quel fenomeno di «continuità tra fascismo fascista e fascismo democristiano», che appunto chiamò “scomparsa delle lucciole”.

 

«Le lucciole, dunque – scrive Sciascia – Ed ecco che, pietà e speranza, qui scrivo per Pasolini, come riprendendo dopo più di vent’anni una corrispondenza: “Le lucciole che credevi scomparse, cominciano a tornare”».

 

I due si erano conosciuti nei primi anni Cinquanta del secolo scorso. Giovanissimi e scrittori di belle speranze, Sciascia e Pasolini condivideranno un’intensa e “fraterna” amicizia testimoniata da una corposa corrispondenza.

 

Pasolini scrive a Sciascia, per la prima volta, nel 1951. In una di queste lettere – oggi conservate a Racalmuto, nella sede della Fondazione dedicata all’autore del “Giorno della civetta” – Pasolini rassicura Sciascia di spedire a un giornale la recensione che aveva scritto per le Favole della dittatura, uno dei primissimi libri di Sciascia.

 

Nelle altre lettere i due si spediscono articoli e saggi, si segnalano libri e poeti, organizzano incontri e viaggi. Parlano di Galleria, la rivista che Leonardo Sciascia dirigeva a Caltanissetta e che pubblicherà quel libro di Pasolini ormai introvabile, Dal diario.

In una delle missive – dattiloscritta, del marzo del 1954 – Pasolini chiede chiarimenti per un viaggio in Sicilia in occasione di un congresso sulla narrativa organizzato da Sciascia: «Sono felice di venire in Sicilia. Mandami però delle precisazioni: cioè quando il viaggio dovrebbe avvenire, chi sarebbero i “noi” che mi ospitano».

 

«Ci scrivevamo assiduamente e ogni tanto ci incontravamo nei dieci anni che seguirono – scrisse Sciascia dopo la tragica morte di Pasolini – e specialmente nel periodo in cui lavorava all’antologia della poesia dialettale italiana. Poi la nostra corrispondenza si diradò».

 

Pasolini scriverà per Sciascia una lunga premessa al libro Il fiore della poesia romanesca. Il loro rapporto è davvero di stima reciproca, la loro amicizia “fraterna”, come scriverà Pasolini nella lettera inviata a Racalmuto il 31 marzo 1956, all’indirizzo di quella casa da pochi anni diventata un museo, dopo aver letto Le parrocchie di Regalpetra pubblicato da Laterza: «Non solo mi è piaciuto del piacere normale che danno le opere riuscite e necessarie, ma ha aumentato ancora, ed era già molta, la simpatia che avevo per te, fino a un vero, forte e commosso, senso di fraternità. Come sono rari i cuori come il tuo».

 

Sciascia e Pasolini “fraterni” e “lontani”: «C’era come un’ombra tra noi, ed era l’ombra di un malinteso – scrisse Sciascia dopo la morte di Pasolini – Credo mi ritenesse alquanto – come dire? – razzista nei riguardi dell’omosessualità. E forse era vero, e forse è vero: ma non al punto di non stare dalla parte di Gide contro Claudel, dalla parte di Pier Paolo Pasolini contro gli ipocriti, i corrotti e i cretini che gliene facevano accusa… Io ero – e lo dico senza vantarmene, dolorosamente – la sola persona in Italia con cui lui potesse veramente parlare. Negli ultimi anni abbiamo pensato le stesse cose, dette le stesse cose, sofferto e pagato per le stesse cose. Eppure non siamo riusciti a parlarci, a dialogare. Non posso che mettere il torto dalla mia parte, la ragione dalla sua».

 

Gran parte delle missive di Pier Paolo Pasolini inviate a Leonardo Sciascia sono state pubblicate per la prima volta tra il 1986 e il 1988. Sarà Nico Naldini a chiedere allo scrittore siciliano le lettere scritte dal cugino, poi pubblicate da Einaudi. In una lettera del 21 luglio 1986, rimasta fin’ora inedita, Naldini scrive a Sciascia: «Lei mi ha detto nella sua lettera che provava una specie di rimorso a mandarmi le lettere di Pasolini. Io per vincere i miei, devo cercare di essere diligente e puntiglioso fino a trattare questi testi con molta freddezza. Così come ho fatto con i suoi: intendo le molte lettere che lei ha scritto a Pier Paolo e che ho ritrovate nel suo archivio. Come ho fatto per gli altri carteggi, ho riprodotto in nota alcuni stralci delle sue lettere al solo scopo di spiegare alcuni passi delle lettere di Pasolini, ma anche per far intrasentire le qualità della vostra amicizia».

 

Ma c’è un mondo ancora da scoprire sul rapporto tra i due scrittori “eretici” i cui volti ritroviamo negli sguardi inquieti tratteggiati recentemente dal pittore italo-argentino Silvio Benedetto. Un mondo che sta su tante carte e documenti ancora da studiare e approfondire. Come quella lettera di Sciascia, mai resa pubblica, inviata il 22 gennaio 1953 a un poeta dialettale suo concittadino, Giuseppe Pedalino Di Rosa, che viveva a Milano: «…la ringrazio anche di quanto, dietro mia preghiera, avrà fatto per Pasolini. Io non ho più saputo nulla – tranne una frettolosa, recente notizia sull’uscita dell’antologia che ancora non ho avuta».

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