Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini, poeta e profeta

Giusi Russo

Nel centenario della nascita di P.P.P., ricordiamo l'intellettuale scomodo ed eclettico, artista ribelle e critico della società capitalistica, che è stato capace di esprimere concetti complessi in modo immediato soprattutto in ambito storico sociale

“Amo ferocemente, disperatamente la vita. / E credo che questa ferocia, questa disperazione /mi porteranno alla fine, amo il sole, l’erba, la gioventù”.

 

Così Pier Paolo Pasolini in una sua celebre lirica. Versi accorati in cui, con spietata onestà, si confessa, consegnandoci il ritratto di un uomo dal forte sentire, eppure indicibilmente fragile. Un’umanità senza veli, così sincera, così arresa da suscitare istintiva empatia. Una confessione che è anche manifesto della sua poetica, in cui arte e vita non sono mai scisse. Il labirintico mondo di Pasolini disvela, attraverso quelle parole, il suo nucleo fondante, quello slancio intenerito verso la vita, che è fame e bisogno di esistere. Una bulimia esistenziale che si contorce su sé stessa, in un eterno ritorno allo stato primigenio dove, come per l’Emilio di Rousseau, nulla è corrotto e tutto è intero. La dimensione mitica alla quale il Nostro guarderà sempre come ad un grembo materno di confortante accudimento. Adulto? Mai / mai come l’esistenza che non matura.

 

Un’ossessiva nostalgia delle origini sembra permeare il pensiero di Pasolini. La Storia, con i suoi inevitabili sviluppi, è percepita come una minaccia, perché separa l’uomo dalla sacralità dello “stato nascente”. “È in atto una mutazione antropologica”, afferma dinanzi all’Italia del boom economico, vittima euforica di quella civiltà dei consumi in cui egli individua un nuovo fascismo, che trasforma i sudditi in consumatori, che finisce con l’annientare il popolo, sostituendolo con la massa, senza mente, senza pensiero. Una nuova dittatura, invisibile, quanto potente, destinata a trasformare la società in un groviglio caotico di “macchine che sbattono l’una contro l’altra”. L’inaccettabile imbarbarimento di uomini e donne dimentichi dell’orizzonte valoriale della civiltà contadina, in favore di un capitalismo vorace e degradante. È “la scomparsa delle lucciole”, dichiara con una potente metafora, in uno dei suoi Scritti corsari.

 

 Eppure, nessun conservatore è stato più progressista di Pasolini. Una contraddizione in termini parrebbe. A meno che non si voglia ascrivere a mera incoerenza il suo perenne dissidio tra posizioni opposte, e non si legga in esso, invece, una tensione critica di impareggiabile levatura. Solo in quest’ottica il Pasolini individualista può coniugarsi con il Pasolini polemista, incline all’impegno civile. E ancora, il marxista ateo con l’ispirato regista de Il Vangelo secondo Matteo; il poeta nemico delle avanguardie con l’acrobata della lingua; l’omosessuale ribelle con l’assertivo custode dell’immutabile tradizione contadina; il comunista ortodosso con quello eretico delle Ceneri di Gramsci.

 

Tensione critica, si diceva, che è poi rinuncia a pose di inintelligente coerenza e anelito alla libertà. Perché è questo, a ben guardare, il tratto identificativo di questa figura così ostracizzata: l’avere amato la libertà e il coraggio che essa sempre esige. Un soggetto diviso Pasolini? Indubbiamente. Ma non c’è scelta che lo riguardi, che non rechi il sigillo della più assoluta indipendenza, a partire dal suo anticonformismo. Il volto temerario di chi si espone, sprezzante del rischio, ma sempre pronto a pagare un prezzo, di persona e sulla propria pelle. Tutto questo è stato Pasolini, capro espiatorio di un’Italietta piccolo borghese, che poco gli ha perdonato. Ben trentatré i processi a cui dovette sottoporsi. Un’epoca in vorticoso sviluppo, aperta e retriva, insieme. Asimmetrica, dunque, la sua posizione rispetto ad essa. Accade ai grandi, a quanti camminano nel mondo con spedita andatura, magari arrancando o cadendo, ma sempre lasciando dietro di sé pregevole orma, tanto da rendersi irriconoscibili da quello stesso mondo, che non sa tenere il passo. Accade ai poeti, perché è del poeta sgominare l’intimo segreto delle cose, e del futuro presagire i segni. “Abbiamo perso prima di tutto un poeta”, dirà Moravia nell’orazione funebre in suo onore, cogliendo il colore di fondo della policroma arte pasoliniana.

 

A cento anni dalla sua nascita, a quasi cinquanta dalla sua scomparsa, la figura di Pasolini non cessa di intrigare. Presenza postuma che ancora suscita interrogativi.  Ma non è forse questa, in ogni tempo, la forza del genio creativo? Non già consegnare risposte, ma generare domande, e, nella bassa marea dei qualunquismi, kantianamente sollecitare il pensiero critico. Un pungolo instancabile. Ecco cosa è stato Pasolini per i suoi contemporanei e cosa può essere nel nostro tempo, luogo di inveramento delle sue preveggenti intuizioni. Irritante come il corvo parlante del suo Uccellacci e uccellini, la voce di questo intellettuale di prima grandezza sa ancora provocare le nostre quiete coscienze. Come se, pigramente rinserrati nelle nostre comode case, d’improvviso, una folata di vento spalancasse le finestre e una secchiata di acqua gelida raggiungesse i nostri corpi ormai intorpiditi. Rileggere Pasolini oggi significa misurarsi con la sua profondità e riconoscerne la qualità profetica; scoprire, in ultimo, l’inconfutabile veridicità delle sue parole: “Diventeremo un gran corpo senza nervi, senza più riflessi”.

 

C’è un video che lo ritrae mentre cammina tra le dune di Sabaudia, sullo sfondo di una giornata di vento e di gelo. Lo sguardo serio, la fronte corrugata. È un’intervista, tra le più pensose che abbia mai rilasciato. Con disperata fermezza, parla di “rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali”. Ci piace cedere alla fantascienza e immaginare che tra quelle dune, prima dell’intervista, si sia, di colpo, trovato tra gente a lui sconosciuta. Un brulicare di sonnambuliche presenze. Corpi con il capo chino su un bizzarro arnese, somigliante ad un telefono, l’incedere distratto, gli occhi calamitati da uno schermo luminescente. Corpi che non incontrano altri corpi, che non si avvedono neanche del vento e del gelo intorno. Così, con uno scatto di ulteriore fantasia, possiamo opinare che quella cupezza di sguardo, quella fronte introversa forse non erano rivolte al suo presente, ma a noi, che del suo futuro siamo sostanza e compimento, ad un’Italia non sua, abitata dal vuoto.

Quel 2 novembre del 1975 è stato ucciso un poeta.

Share:

On Key

Related Posts

Culture

Martinho da Arcada, il più antico cafè di Lisbona

Nato nel 1778, è noto per la sua frequentazione da parte delle élite culturali portoghesi e internazionali. È il famoso cafè dove Fernando Pessoa amava sostare, le foto dello scrittore seduto al suo tavolo personale sono infatti appese a tutte le pareti

Read More »