Marina Spadafora e la moda sostenibile

Giovanna Cirino

La nota stilista è diventata portavoce di un nuovo concetto di moda etica, inclusiva e green

Molti considerano ancora il mondo del fashion come qualcosa di frivolo, in realtà l’industria della moda è assai fiorente e rappresenta uno dei più importanti motori dell’economia globale. Quello che preoccupa però è che sia anche la seconda industria più inquinante al mondo dopo quella petrolifera.

I grandi brand del fast fashion, economico-modaiolo, fondati su cicli rapidi di produzione, straccetti a poco prezzo indossati e dopo presto buttati, hanno delocalizzato in aree molto povere del pianeta dove i salari sono così bassi da non arrivare a due dollari al giorno, le condizioni di lavoro non sono sicure, le disuguaglianze continue e lo sfruttamento inaccettabile.

L’impossibilità di essere competitivi danneggia l’intero settore tessile, i designer e la manodopera. Necessario dunque il cambio di rotta richiesto dai consumatori consapevoli attenti ai problemi dell’ambiente, e condiviso anche dal “mondo glitterato” che si sta impegnando a favore di produzioni più sostenibile per il pianeta, con riduzione del consumo dell’acqua e di emissioni di anidride carbonica.

La moda è diventata un Manifesto di eco-sostenibilità, ma per diffondersi ha bisogno di tutti noi. Potremmo cominciare ad esempio dai nostri armadi sicuramente sovraffollati.

L’intervista a Marina Spadafora, stilista e coordinatrice di Fashion Revolution Italia, impeccabile testimone della moda sostenibile, ci porta a riflettere su chi fa i nostri vestiti, su costi e giustizia sociale, su una maggiore consapevolezza riguardo a ciò che indossiamo.

Elegante d’aspetto e determinata di carattere è nata e cresciuta a Bolzano, giudiziosa studentessa dell’Istituto Marcelline si trasferisce a Los Angeles dove lavora come costumista cinematografica, per poi ritornare in Italia e proseguire il suo percorso talentuoso nell’azienda di moda di famiglia.

Nel corso degli anni Marina Spadafora sa distinguersi e comunicare il proprio stile grazie alla maglieria sperimentale e seguendo una filosofia ben precisa, quella della sostenibilità. Nel 2015, per il lavoro svolto con le artigiane tessili nel mondo, ha ricevuto a New York il premio delle Nazioni Unite “Women Together Award”.

Marina è stata Direttore Creativo di Auteurs du Monde, il marchio di moda etica di Altromercato, interamente realizzato da produttori appartenenti all’Organizzazione Mondiale del Commercio Equo nel rispetto delle persone e dell’ambiente.  Consulente per diverse aziende del lusso, ha collaborato con Prada, Miu Miu, Ferragamo e Marni, insegna inoltre in diverse università e accademie come il Naba di Milano, la Parsons di New York e Santo Domingo.

Il tuo interesse per la moda parte da lontano.

“La mia famiglia come sai produceva maglieria, sono cresciuta tra i filati, i colori e i materiali della moda. Ho potuto creare il mio marchio e riscuotere un immediato successo. Sono una persona sensibile che ha sempre voluto fare un lavoro che non fosse solo un esercizio estetico commerciale ma qualcosa di più, che potesse migliorare le condizioni di vita dei lavoratori in Paesi poveri”.

Sei una importante ambasciatrice di moda etica nel mondo. Spiegaci che cosa è Fashion Revolution?

“Il più grande movimento di attivismo della moda al mondo, nato a Londra nel 2013 e presente con le sue iniziative in oltre cento paesi nel mondo, che vuol mettere fine allo sfruttamento umano e ambientale nell’industria della moda globale e valorizzare le persone rispetto alla crescita e al profitto”.

I consumatori devono essere più consapevoli dei loro acquisti. “Certamente, ogni volta che si acquista un oggetto, si fa una scelta ben precisa, si decide che tipo di prodotto acquistare e da chi”.  

Serve tanta consapevolezza per comprendere tutto questo.

“Si, c’è ancora molto da fare e l’educazione è la base di questo fondamentale processo. Importante è impegnarsi molto e tener presente che pur vivendo in un mondo ‘urlato’ non è alzando i toni che si crea il cambiamento attivo. Alle scuole medie ho avuto il privilegio di avere una professoressa che mi ha fatto conoscere Gandhi e Martin Luther King, così ho intrapreso il mio cammino di consapevolezza. Anni dopo ho trasferito tutto nella moda sostenibile. La prima esperienza è stata Banuq, una collezione prodotta in Africa con materiali biologici. Poi Cangiari, la collezione di moda del consorzio Goel che porta lavoro e legalità nella Locride in Calabria”.

Sei stata chiamata subito da Londra alla guida di Fashion Revolution Italia. “Il mio impegno è totale, seguiamo molte attività, abbiamo creato una mappa per i consumatori che desiderano fare acquisti più responsabili.  Siamo molto presenti anche dal punto di vista legislativo perché sosteniamo un cambiamento culturale che necessita di solide basi normative, con regolamenti che riguardano tutti gli aspetti della produzione e della distribuzione”.

Prima di salutarci parlaci di Quid. “Si tratta di bellissimo progetto pensato per le donne fragili di recupero di tessuti d’eccedenza dei grandi brand tessili.  Il motto è ‘Trasformare la moda per trasformare il mondo”.

 

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